mi hanno detto: “non appoggiare i gomiti sul tavolo”. e io non li ho appoggiati. mi hanno detto: “non accettare caramelle dagli sconosciuti”. e io non le ho accettate. mi hanno detto: “studia”. e io ho studiato. mi hanno detto: “vai dritto per la tua strada”. e io ci sono andato. e ci vado ancora. e più ci vado, meno vorrei sapere come sarebbe stata la mia vita se i gomiti li avessi appoggiati, se le caramelle le avessi accettate, se a scuola non ci fossi andato, se le scorciatoie mi avessero fatto tradire quel rettilineo. anche solo una volta. il tempo necessario per annusare come si sta dall’altra parte, la parte della ragione, dove i meriti sono zavorra e la pochezza è un requisito. un valore. una solidissima condicio sine qua non. cosa sai fare? niente. come niente? davvero: niente. ah, capisco. no che non capisci. e, in effetti, non capisco. non capisco e non voglio capire. punto. mi hanno detto: “quando non capisci, alza la mano e chiedi”. io, però, non alzo la mano e non chiedo. non in questo caso. non a questa gente. che cazzo dovrei chiedere ai nani e alle ballerine che infestano le strade così come infestano il web? tenetevi la vostra mediocrità vincente: io mi tengo la mia sconfitta. e me la tengo stretta. strettissima. perché, credetemi, è la cosa più preziosa che ho.